Lia Pasqualino Noto

Astratte

C’è un punto preciso in cui la fotografia smette di descrivere il mondo e inizia a sognarlo. Nella serie "Astratte", Lia Pasqualino ci porta esattamente lì, su quel confine sottile. Non serve cercare il "dove" o il "quando": queste coordinate qui non esistono. Esiste solo l'emozione pura, spogliata del superfluo.

La realtà, sotto lo sguardo dell'artista, perde i suoi contorni rigidi per farsi liquida, sfuggente. Guardate le figure umane: non sono ritratti, sono presenze. Nelle opere dove le ombre si allungano sui muri, i corpi spariscono per lasciare posto alla loro essenza. È una danza silenziosa di sagome scure che dialogano tra loro, fantasmi familiari che potremmo aver incrociato mille volte senza mai vederli davvero. Non importa chi siano quelle persone; importa la traccia che lasciano nello spazio.

Lo stesso accade con la materia. Il fiume Tevere non è più acqua che scorre, ma diventa una superficie graffiata, quasi tattile, fatta di bianchi accecanti e neri profondi. La grana della fotografia si fa spessa, trasformando la scena in una visione che ricorda più la pittura che lo scatto fotografico. E poi ci sono i riflessi, le vetrine che sovrappongono interno ed esterno, creando mondi impossibili dove gli oggetti quotidiani galleggiano in uno spazio senza tempo.

Questa galleria è un invito ad abbandonare la logica per abbracciare la suggestione. L'artista usa il bianco e nero per cancellare il rumore del colore e amplificare il mistero. Ci costringe a rallentare, a strizzare gli occhi per distinguere il vero dall'immaginato. Alla fine, scopriamo che l'astrazione non serve a nascondere la realtà, ma a rivelarne l'anima segreta, quella che solo l'occhio della memoria riesce a mettere a fuoco.